{"id":1659,"date":"2019-07-01T14:35:27","date_gmt":"2019-07-01T12:35:27","guid":{"rendered":"https:\/\/amboslo.esteri.it\/news\/dall_ambasciata\/2019\/07\/sofia-nannini-e-il-calcestruzzo\/"},"modified":"2019-07-01T14:35:27","modified_gmt":"2019-07-01T12:35:27","slug":"sofia-nannini-e-il-calcestruzzo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/amboslo.esteri.it\/it\/news\/dall_ambasciata\/2019\/07\/sofia-nannini-e-il-calcestruzzo\/","title":{"rendered":"Sofia Nannini e il calcestruzzo islandese.  Fare ricerca in storia dell\u2019architettura tra Torino e Reykjav\u00edk"},"content":{"rendered":"<p>Alzi la mano chi conosce l\u2019architettura islandese, o chi pensa che addirittura esista un\u2019architettura in Islanda.<\/p>\n<p>La risposta l\u2019aveva gi\u00e0 data il poeta <strong>Wystan Hugh Auden<\/strong>, scrivendo nelle sue Letters from Iceland nel 1937: \u00abThere is no architecture here\u00bb. <strong>Ma nonostante la scarsa popolazione \u2013 poco oltre le trecentocinquantamila persone \u2013 e la lontananza dai centri del panorama internazionale, l\u2019architettura islandese esiste, eccome<\/strong>. E la studia una brillante ragazza di Bologna, che sta svolgendo il suo dottorato in storia dell\u2019architettura presso il <strong>Politecnico di Torino<\/strong>.<\/p>\n<p>La storia dell\u2019architettura islandese \u2013 come in fondo tutta la storia dell\u2019isola \u2013 \u00e8 un\u2019affascinante storia di sopravvivenza, lotta contro gli elementi, autodeterminazione culturale e indipendenza.<\/p>\n<p>La <strong>quasi totale assenza di alberi sull\u2019isola<\/strong> \u2013 si suppone che le foreste, che un tempo rivestivano circa il 40% della superficie, siano state abbattute dai primi colonizzatori, e ora ricoprono solo un 2% dell\u2019intero territorio \u2013 ha da sempre causato una<strong> cronica mancanza di legno da costruzione.<\/strong> Al tempo stesso, il <strong>duro basalto islandese<\/strong> <strong>risulta una pietra troppo difficile da lavorare per erigere muri<\/strong>, e sull\u2019isola<strong> non si trova argilla<\/strong> per la produzione di mattoni. Queste condizioni estreme hanno determinato un <strong>monopolio di quasi mille anni della costruzione in torba<\/strong> (la tradizionale ba\u00f0stofa), con rari edifici in pietra realizzati dal governo danese (durante il dominio della Danimarca), e costose abitazioni in legno d\u2019importazione scandinava, spesso commissionate dai mercanti nei villaggi portuali e rivestite in lamiera dai colori vivaci. La possibilit\u00e0 di costruire residenze in grado di proteggere tutti gli abitanti dall\u2019umidit\u00e0 e dal freddo \u00e8 emersa soltanto da fine Ottocento. Il <strong>cemento, importato dall\u2019Europa<\/strong> e accolto letteralmente come \u00abpozione magica\u00bb,<strong> \u00e8 diventato in pochi anni il materiale edilizio pi\u00f9 diffuso<\/strong> nella capitale e in tutto il Paese.<\/p>\n<p>Se l\u2019identit\u00e0 islandese si \u00e8 sempre fondata su valori linguistici e letterari \u2013 una lingua antica e una letteratura annoverata tra le grandi epiche della storia \u2013,<strong> l\u2019architettura \u00e8 invece stata intesa come un fenomeno d\u2019importazione<\/strong>.<\/p>\n<p>Il maggiore architetto della storia islandese \u00e8 stato, negli anni tra l\u2019autonomia politica del 1919 e l\u2019indipendenza del 1944, Gu\u00f0j\u00f3n Sam\u00faelsson, che ha avuto un ruolo chiave nella definizione di un\u2019identit\u00e0 nazionale attraverso la costruzione di edifici pubblici che hanno trasformato un villaggio di pescatori e commercianti nella capitale di una repubblica. Il suo progetto pi\u00f9 noto \u00e8 la <strong>monumentale chiesa Hallgr\u00edmskirkja<\/strong>,che svetta sul centro citt\u00e0 e si pu\u00f2 scorgere a chilometri di distanza. Progettata negli anni \u201930 e terminata solo nel 1986, essa \u00e8 presto diventata l\u2019edificio simbolo della capitale, grazie alla sua colossale facciata in calcestruzzo che imita le formazioni basaltiche dell\u2019isola, come una gigantesca colata lavica che si \u00e8 fatta architettura.<\/p>\n<p>Ma la particolarit\u00e0 dell\u2019edilizia islandese non sta solo nella lotta contro il vento e il freddo: l\u2019<strong>assenza di una scuola di architettura locale<\/strong>, fino all\u2019apertura di una laurea triennale in architettura presso Listah\u00e1sk\u00f3li \u00cdslands (Iceland Academy of the Arts) nel 2002, ha obbligato tutti gli aspiranti progettisti a formarsi altrove: inizialmente in Danimarca, poi in Germania, in Francia e oltre oceano, tra Canada e Stati Uniti.<\/p>\n<p>Questa diversit\u00e0 educativa pu\u00f2 essere anche uno dei motivi per cui, in una lingua che cerca sempre di coniare termini d\u2019etimologia norrena anche per neologismi o prestiti linguistici, la parola \u00abarchitettura\u00bb \u00e8 oggi quasi sempre traducibile come arkitekt\u00far (anche se in passato si utilizzavano termini pi\u00f9 locali, come byggingarlist, ovvero arte del costruire, o h\u00fasager\u00f0, costruzione di case).<\/p>\n<p>In un\u2019isola dalla forte e omogenea identit\u00e0 culturale, l\u2019educazione cos\u00ec eterogenea dei propri progettisti pu\u00f2 apparire inaspettata. Ma \u00e8 proprio questa <strong>variet\u00e0 architettonica<\/strong>, dai risultati talvolta originali, talvolta stridenti, che si pu\u00f2 percepire passeggiando per la capitale. Colorate ville in legno si alternano a residenze che sembrano uscite dal quartiere Weissenhof di Stoccarda o dall\u2019Esposizione di Stoccolma; le monumentali e variegate costruzioni di Gu\u00f0j\u00f3n Sam\u00faelsson stanno accanto ai progetti in calcestruzzo ben rifinito dello Studio Granda. Poco fuori dal centro, isolato e luminoso, si trova il <strong>centro culturale Norr\u00e6na H\u00fasi\u00f0<\/strong> (Nordic House), unico progetto di <strong>Alvar Aalto<\/strong> nell\u2019isola, costruito nel <strong>1968<\/strong>.<\/p>\n<p>Nonostante i vasti sobborghi di villette prefabbricate che emergono dai campi di lava, il <strong>centro di Reykjav\u00edk \u00e8 un sorprendente caleidoscopio di architetture, materiali e colori<\/strong> che rende unica questa piccola e vivace capitale. Senza dubbio l\u2019architettura di Reykjav\u00edk riflette la posizione geografica dell\u2019isola, tra l\u2019Europa e l\u2019America, in un oceano Atlantico molto pi\u00f9 denso di relazioni culturali e materiali di quanto si possa pensare.<\/p>\n<p>Un ulteriore elemento \u00e8 stato aggiunto di recente al mosaico di Reykjav\u00edk: la trasparente <strong>opera house Harpa<\/strong>, collocata sul mare, nel vecchio porto. Progettato da <strong>Henning Larsen Architects,<\/strong> l\u2019edificio \u00e8 interamente rivestito da pannelli tridimensionali in vetro, realizzati insieme all\u2019artista danese-islandese<strong> \u00d3lafur El\u00edasson<\/strong>, che trasformano la struttura in un gigantesco cristallo \u2013 d\u2019altronde l\u2019isola per secoli era nota grazie alla produzione del cristallo d\u2019Islanda, in inglese Iceland spar, largamente usato nella produzione di lenti da ottica.<\/p>\n<p>Sofia Nannini vive tra Bologna, Torino e Reykjav\u00edk, e si \u00e8 laureata nel marzo 2017 in Ingegneria Edile\/Architettura presso l\u2019Universit\u00e0 di Bologna. Da novembre 2017 frequenta il <strong>corso di dottorato in \u201cArchitettura. Storia e Progetto\u201d<\/strong> del Politecnico di Torino, dove sta svolgendo le sue ricerche per una tesi intitolata \u201c<strong>The Role of Concrete in Icelandic Architecture (1847\u20131958)<\/strong>\u201d.<\/p>\n<p>Il suo principale oggetto di studio \u00e8 il calcestruzzo, declinato in tutte le sue forme e caratteristiche, e il ruolo che esso ha avuto nella storia dell\u2019architettura islandese.<\/p>\n<p>In Islanda gi\u00e0 lavorano due architetti italiani, Massimo Santanicchia (che insegna presso Listah\u00e1sk\u00f3li \u00cdslands) e Paolo Gianfrancesco (THG Arkitektar); Sofia \u00e8 invece la prima studiosa italiana a <strong>svolgere ricerche sulla storia dell\u2019architettura dell\u2019isola<\/strong>.<\/p>\n<p>Al termine del dottorato, Sofia vorrebbe continuare a svolgere ricerche in questo ambito \u2013 magari allargando il campo d\u2019indagine a ulteriori storie dell\u2019architettura nei paesi scandinavi. Per ora i risultati delle sue ricerche si possono trovare qui <a href=\"https:\/\/polito.academia.edu\/SofiaNannini\">https:\/\/polito.academia.edu\/SofiaNannini<\/a>.<\/p>\n<p>\u00a0<br \/><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"resource\/img\/2019\/06\/sofia_nannini_foto.png\" alt=\"sofia nannini foto\" width=\"500\" height=\"291\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Alzi la mano chi conosce l\u2019architettura islandese, o chi pensa che addirittura esista un\u2019architettura in Islanda. La risposta l\u2019aveva gi\u00e0 data il poeta Wystan Hugh Auden, scrivendo nelle sue Letters from Iceland nel 1937: \u00abThere is no architecture here\u00bb. 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