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Marco Casula: il tecnico del CNR bloccato al Polo Nord per il coronavirus

Data:

12/05/2020


Marco Casula: il tecnico del CNR bloccato al Polo Nord per il coronavirus

Marco Casula, 28 anni, è tra i più giovani dipendenti del Consiglio Nazionale delle Ricerche, e ora è anche l’unico italiano rimasto nel villaggio internazionale di ricerca di Ny-Ålesund, nelle isole Svalbard.


Attraverso la sua storia ci racconta come la pandemia da coronavirus abbia cambiato la vita in uno dei luoghi più isolati e particolari della Terra.


Marco è un tecnico dell’Istituto di Scienze polari del CNR e ha lasciato l’Italia il 1 gennaio con la previsione di rientrare entro i primi di aprile.
Tuttavia, data la situazione di emergenza globale, si è ritrovato bloccato a Ny-Ålesund.
Qui si è insediato in qualità di acting station leader, con mansioni di tipo pratico e operativo da svolgere sul campo (attività di campionamento, cambio filtri, raccolta neve o ghiaccio marino, riprogrammazione e manutenzione degli strumenti) e altre in laboratorio (inserimento di dati online).
Marco, ci spiega, pianifica il giorno precedente il lavoro dell’indomani: “La nostra attività di ricerca qui è un lavoro quotidiano che non conosce orari e festività e dove gli imprevisti sono sempre possibili, quindi lavorare in anticipo è fondamentale così da avere una finestra di tempo per poter reagire e risolverli”.


Questo ha costituito un vantaggio di fronte all’emergenza Covid. Infatti ci spiega che lui, così come i suoi colleghi, non sono stati presi alla sprovvista dalla pandemia, perché il loro lavoro e il luogo in cui si trovano a svolgerlo impone di essere flessibili e preparati ad affrontare ogni situazione ed emergenza. La vita al Polo Nord è già rischiosa in tempi normali: temperature bassissime, valanghe, orsi polari, ai quali si aggiungono il buio pesto e il silenzio assordante della notte artica, oltre al pericolo di cadere in un crepaccio se ci si avventura nei ghiacciai. “Insomma” riassume Marco, “serve calma e sangue freddo, come diceva una canzone”.


Oltre alla prontezza, il personale era già avvezzo a una situazione di isolamento: il centro di ricerca di Ny-Ålesund può ospitare fino a un massimo di 200 persone tra ricercatori e personale tecnico, e la capienza massima della base Dirigibile Italia è di 7 persone. Ora, in tutto il centro sono in 30, di cui lui è l’unico italiano. Il Centro è suddiviso in basi, una per paese, e dispone di alcune aree comuni, come la mensa, la palestra, un bar… “È come vivere in una bolla di sapone. Ti dissoci dal resto del mondo”, sostiene Marco, “qui sembra che il tempo si sia fermato e si respira un clima felice”.


In questo luogo dalla dimensione spazio-temporale così particolare, le relazioni con il prossimo sono potenziate.
Dati i pericoli, la regola genere è quella di uscire sempre in due e di essere sempre collegati con la radio, oltre che equipaggiati di telefono satellitare, una pistola lancia razzi e un fucile (da usare solo in caso di serio pericolo, contro gli orsi).
Inoltre, vige il silenzio radio: perciò per accordarsi o comunicare spesso serve che avvengano delle interazioni fisiche.


Queste ultime ci racconta che con il Covid non si sono affievolite, ma anzi rafforzate!

Marco infatti è il responsabile della Stazione Artica Dirigibile Italia del CNR in loco e si interfaccia regolarmente con i referenti della base che si trovano in Italia, con il suo Direttore e coi colleghi dell’Istituto di Scienze Polari. Perciò, sebbene incaricato di comunicare aggiornamenti al nostro paese, data l’emergenza, si è trovato a dover collaborare e operare anche in aiuto di finlandesi, giapponesi, coreani e chiunque ne necessiti.

Infatti, la pandemia ha causato un blocco del ricambio del personale di tutte le basi. Questo ha portato ognuna di esse a concepirsi non più solo nella sua singolarità, quindi dedita alla propria attività, ma anche come parte di un nucleo più grande, che è quello di tutto il centro di Ny-Ålesund. Ora ogni addetto alle varie basi si rende disponibile anche a contribuire a condurre le attività delle altre.


Di fatto, l’isolamento intrinseco alla base di Ny-Ålesund fa sì che la cooperazione e i rapporti umani tra le persone che la popolano siano alla base della quotidianità già in tempi normali: Marco ci racconta di momenti di svago in comune in palestra, in mensa e nel bar, che gestiscono a turnazione.


Tutti questi luoghi sono stati chiusi o hanno preso le dovute precauzioni durante le fasi più acute della pandemia, ma sono ora tornate a una conduzione normale, sebbene sempre con le giuste cautele. Di fatto, l’insediamento delle Svalbard è stato uno dei primissimi luoghi in cui si sono presi provvedimenti per il covid-19, il cui pericolo è stato aggirato con altrettanta velocità. “Il ricercatore cinese ci ha raccontato cosa stava succedendo”, ci spiega Marco, “e così abbiamo subito preso le precauzioni necessarie (utilizzo di disinfettanti, la chiusura dei pochi servizi disponibili, quarantene eventuali…)”.
Tuttavia, la maggior parte del personale era arrivato ai primi di gennaio e fino ad oggi non ha mai manifestato sintomi, perciò, in accordo col governatore delle Svalbard, hanno ottenuto in breve tempo una deroga alle norme più stringenti vigenti invece nel resto della Norvegia.


In questo microcosmo di ghiaccio la vita continua tranquilla e silenziosa anche in tempi di coronavirus e Marco, tra il lavoro e avvistamenti di orsi e aurore, si dice sereno e volenteroso di tornarci anche in futuro.

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Foto: Marco Casula

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Foto: Marco Casula

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Foto: Marco Casula


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